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SBAM!

Dall'app anti-isolamento all'orientamento al lavoro della Gen Z

Visita il sito ↗ Intervista a Matteo di Lorenzo

Raccontaci SBAM! oggi: cosa fate, per chi, e qual è il problema che risolvete meglio di altri?

SBAM! è uno strumento che aiuta i ragazzi a fare scelte di carriera più consapevoli, sia nel proseguimento degli studi sia nell’ingresso nel mondo del lavoro. Il nostro target è la Gen Z, la fascia 16-26 anni, e ci relazioniamo con istituzioni, enti formativi e aziende: dalle scuole superiori alle università, fino agli ITS. Anagraficamente la startup è nata nel 2023, ma di fatto è una nuova impresa nata all’inizio di quest’anno, dopo un pivot importante.

Siamo passati da un servizio B2C a un modello B2B2C / B2G2C: lavoriamo con le istituzioni e con le aziende per fare da ponte tra il mondo dello studio e quello del lavoro. Sul prodotto questo si è tradotto in una funzionalità chiamata “corsi”: percorsi educativi composti da video che mostrano ai ragazzi un’anteprima — una sorta di trailer — di quello che troveranno in un corso di studi o in un lavoro, così da orientarli prima di scegliere. La componente di socialità, che era il cuore della prima versione dell’app, oggi resta ma come contorno: il core è l’orientamento.

Il problema che risolviamo meglio di altri è la distanza tra scuola e lavoro. In Italia esistono moltissime realtà che provano a fare da ponte, ma nella pratica restano quasi sempre lente, sbilanciate verso una delle due parti o appesantite dalla burocrazia. Noi puntiamo su qualcosa di immediato, semplice e diretto, costruito sul linguaggio della Gen Z: portare all’azienda giusta il candidato giusto per la posizione giusta.

Avete compiuto un pivot importante, scegliendo di concentrarvi sull’orientamento lavorativo della Gen Z. Come avete capito che era lì che dovevate andare?

Siamo partiti da un’app che nasceva per contrastare l’isolamento sociale dei ragazzi. Esplorando l’ambito education ci siamo accorti che isolamento sociale e orientamento erano strettamente correlati: chi non sa che strada prendere tende a perdersi, e questo pesa anche sul piano relazionale. Da lì abbiamo capito che l’orientamento non era una semplice estensione del prodotto, ma poteva diventarne il centro.

Quella che era una funzione secondaria è così diventata il core del business e della startup. È stato un ribaltamento vero: abbiamo di fatto costruito una nuova azienda partendo dallo scheletro della precedente. La conferma è arrivata sul campo — sei mesi molto intensi in cui siamo entrati personalmente in tante scuole, con interventi e incontri con studenti e docenti — e insieme dai numeri: un boost sul fatturato e, soprattutto, sul tipo di relazioni e sul modello di business. L’orientamento, tra le altre cose, è molto più monetizzabile: dall’altro lato ci sono aziende che pagano per i processi di selezione e istituzioni che hanno interesse a portare iscritti.

Qual è il bisogno della Gen Z sul lavoro che oggi il mercato e le istituzioni faticano ancora a intercettare, e che voi provate a colmare?

C’è una spaccatura enorme, per certi versi anche sana. Da un lato tanti giovani non vogliono più accettare lavori sottopagati o con condizioni fuori mercato, a volte comprensibilmente, a volte in modo eccessivamente pretestuoso. Dall’altro ci sono aziende che provano ad andare incontro a queste aspettative e altre che restano sul “si è sempre fatto così” e si limitano a lamentarsi che i giovani non hanno voglia di lavorare.

Quello che manca, secondo noi, è un ponte più fluido. Di strumenti, associazioni e realtà che dovrebbero collegare scuola e lavoro ne è pieno, ma nella pratica c’è sempre troppa distanza, troppo sbilanciamento o troppa burocrazia. La Gen Z ragiona in modo diverso: vive su TikTok, vuole cose veloci, semplici e dirette, e le logiche del “siamo una grande famiglia” degli anni ‘70-‘80 sono giustamente tramontate. Serve qualcosa di immediato, capace di portare all’azienda giusta il candidato giusto per la posizione giusta. In quella frase c’è tutto: il problema e la soluzione.

Che benefici concreti ha portato questo nuovo focus sul business e sull’impatto reale che avete sui ragazzi?

Sul business, il pivot ha portato un boost sul fatturato e un salto di qualità nelle relazioni e nel modello. Passando da B2C a B2B2C / B2G2C siamo diventati interessanti per molti più interlocutori, perché l’orientamento è un tema molto più monetizzabile: le aziende pagano per i processi HR e per l’ingaggio dei ragazzi, le istituzioni hanno interesse a portare iscritti, quindi rette e formazione da offrire. Questo ci ha aperto contatti e partnership che prima non erano sul tavolo.

Sui ragazzi l’impatto è ancora più netto, e si muove su due piani. Il primo è la socialità: nasciamo per contrastare l’isolamento, e restano funzionalità come eventi, uscite e attività di networking per fare amicizia e costruire relazioni. Uso spesso la metafora del brutto anatroccolo: non brillava perché non era nell’ambiente giusto, con le persone in grado di capirlo e valorizzarlo. Il secondo piano è l’orientamento vero e proprio: capire cosa fare della propria vita. Non saperlo significa perdere tempo, deludersi, nei casi estremi restare fuori dalla società, senza lavoro. In una parola, tutto questo si riassume in crescita — ed è anche il senso del nostro claim per i ragazzi: “trova la tua strada e nuovi amici con cui percorrerla”.

Che valore hanno, per una startup, opportunità come il TMB – Tuscany Mediterranean Bridge nate nell’ecosistema di Gate REI?

Esperienze come il TMB sono tra le più preziose, perché per una startup il valore vero passa dalle relazioni. Mettere nella stessa stanza una cinquantina di founder da parti diverse del mondo significa creare connessioni che difficilmente nascono per altre vie: contatti, confronti tra mercati diversi, occasioni concrete di collaborazione.

Per noi è stato anche uno snodo di percorso, tra i momenti che hanno alimentato le riflessioni poi confluite nel pivot sull’orientamento. Al di là dei numeri, l’impatto più grande di programmi come questo, generati da un ecosistema come quello di Gate REI, è rompere l’isolamento del founder, lo stesso problema che con SBAM! proviamo a risolvere per i ragazzi. Nell’ecosistema italiano fai dieci volte la fatica che faresti in Silicon Valley: trovarsi nell’ambiente giusto, con persone che ti capiscono e ti valorizzano, cambia davvero le prospettive.

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